L'Europa dei popoli tra mito e realtà

Stati Generali
I Giornali di Zona e di Quartiere

Milano 2005

 

L'Europa dei popoli tra mito e realtà


L'aspirazione dei popoli europei: dall'unità economica e monetaria alla unità politica


Sono passati oltre 50 anni da quando i padri fondatori dell'Unione Europea (Adenauer, De Gasperi e Schuman) iniziarono il mitico cammino unitario dell'Europa dei popoli. Dall'originario e fortunato Mercato comune tra sei stati nel 1957, fino alla Unione Europea di oggi, allargata a ben 25, Paesi appartenenti sia all'ovest che all'est del nostro continente.
Circa 450 milioni di cittadini europei, con venti lingue diverse, sono destinati a convivere sotto le stesse leggi e il Consiglio europeo che riunisce i capi di Stato e di governo, è chiamato ad affrontare e risolvere le disparità e ad armonizzare le politiche comunitarie sul piano economico, monetario, occupazionale, sociale e internazionale.
Il rapporto di noi italiani con l'Europa, che abbiamo ora sotto i nostri occhi, assomiglia a volte a quello di un innamorato che, a fronte di tanti sogni, si sente deluso o trattato con freddezza dalla sua bella.
Ognuno di noi vorrebbe da un lato un'Europa che, attraverso la sua nuova carta costituzionale, garantisca pace nella fraternità e sviluppo economico nella solidarietà tra i popoli; dall'altro coltiva il sogno di un'Europa unita, sempre più integrata e capace di rappresentare, verso terzi, una realtà con precise caratteristiche socio-culturali, cercando, spesso, di difendere gelosamente le identità etniche, religiose, economiche e culturali del proprio Paese.

Forse la soluzione migliore sarà quella di guardare ad una grande e unica nazione, all'interno della quale salvaguardare le caratteristiche regionali. In questo caso si affievoliranno i confini nazionali e i concetti di patria, ma l'Europa dei popoli continuerebbe a vivere tra mito e realtà, facendo i conti con il superamento degli egoismi nazionali per dotarsi di politiche comunitarie unitarie e coordinate, a cominciare dalla politica estera internazionale.
Resta il fatto che gli eurocrati di Bruxelles, con le loro normative, non solo mirano a rafforzare la moneta unica, ma corrono il rischio, dal punto di vista economico, di caricare le aziende e i singoli di pesanti fardelli da sopportare, a fronte di altre economie che, sul mercato mondiale globalizzato, si presentano forti di procedure snelle e, talvolta, persino disinvolte rispetto alla tutela dei diritti dei singoli e del territorio.
Ora, però, occorre vincere la sfida della competitività economica ed avere un orizzonte di vasto respiro per essere protagonisti credibili sullo scenario mondiale.
Ci interroghiamo pertanto su come procedere in questa direzione e quale messaggio di speranza trasmettere ai cittadini italiani-europei.


I referendum sulla Carta costituzionale dell' Unione europea

L'Unione Europea sollecita tutti i Paesi aderenti a grandi e comuni responsabilità; è una comunità di destini tra i popoli, che condividono valori istituzionali, regole, interessi economici e di sicurezza. Dobbiamo essere convinti che non è tanto un'alleanza di Stati, quanto una nuova unità di popoli, che si fonda sulla Carta costituzionale.
Stare dentro l'UE significa avere il massimo rispetto delle direttive, norme, canoni, precetti senza deroghe o sconti per nessuno. Si tratta di popoli, uniti non soltanto da interessi di mercato (politica agricola, fondi per lo sviluppo regionale e altre norme del mercato unico), ma dalla loro adesione ai valori comuni e che intendono dare un'immagine nuova, suscitando l'orgoglio di appartenere all'Unione Europea, superando gli egoismi nazionali.
I popoli europei vogliono, infatti, una risposta alle loro preoccupazioni: giustizia sociale, occupazione, sicurezza, politica migratoria umana ma controllata, invecchiamento; vogliono un'Europa che abbia un peso di fronte ai giganti come Stati Uniti, Cina e India. Non si tratta di avere rapporti conflittuali con quei paesi, ma d'essere alla pari e difendere i nostri interessi alla Omc; vogliono un'Europa che proponga un'altra mondializzazione dove il libero scambio e la competitività di mercato siano al servizio dell'uomo e non l'inverso; che proibisca il dumping sociale e il lavoro dei bambini; che protegga l'ambiente e che consenta lo sviluppo dei Paesi
poveri. L'Europa contemporanea propone un avvenire diverso non perché forte della propria economia, ma anche dei propri valori sanciti nella Costituzione europea che deve essere ratificata
dai governi nazionali dal Parlamento o approvata con referendum popolare.
Se vincono i sì l'Europa è salva, se vincono i no l'Unione è colpita a morte.
Il progetto costituzionale realizza tale prospettiva e fa sì che l'Unione economica diventi Unione politica e sancisce l'elezione d'un presidente per due anni e mezzo rinnovabili, oltre un ministro degli Esteri, entrambi con potestà limitate, ma rappresentanti d'una politica in direzione federalista. La Costituzione indica, altresì, una nuova fase del cammino unitario, favorito dalle molte innovazioni stabilite dal testo della Carta che, nella parte I e II, dà priorità agli obiettivi politici e sociali per promuovere dignità umana, libertà, democrazia, giustizia, piena occupazione, progresso sociale e che costituiscono i diritti fondamentali dei cittadini.
Il Consiglio europeo è l'organo che dà impulso a tutte le politiche comunitarie per rendere l'Europa più efficiente. Con la nuova Costituzione i Parlamenti nazionali potranno impedire all'Unione di intervenire in campi che non le competono e il sistema della decisione presa di comune accordo, dà altrettanto potere al Parlamento europeo e al Consiglio dei Ministri. Il diritto alla vita non rimette in discussione il diritto all'aborto e l'affermazione della libertà di culto non rimette in causa la laicità. La Costituzione non è ultraliberale, ma salvaguarda i diritti sociali e dà, a destra come a sinistra, gli strumenti per agire e migliorare la vita degli europei.
La Costituzione non è il migliore dei testi possibili e per questo non sarà immodificabile , ma potrà essere cambiata con il consenso unanime degli Stati aderenti, anche se alcuni dicono che la Costituzione non va abbastanza lontano, mentre altri, viceversa, rimproverano di andare troppo lontano nel senso di un'Europa politica. Ma è proprio rendendo l'Unione politica, che potremo cambiare l'Europa.
La Costituzione è stata già ratificata in Spagna per referendum, in Lituania, Slovenia e Ungheria e in Italia dal Parlamento. Ora viviamo con ansia il superamento dell'ostacolo più arduo della approvazione del trattato costituzionale, sottoposto in alcuni casi a semplici ratifiche parlamentari e in altri a referendum popolare che suscita obiezioni e avversioni in alcuni Stati, come nel caso del referendum del 29 maggio che si tiene in Francia per l'approvazione della Costituzione Europea.
Il trattato costituzionale è un testo forse troppo umanistico ispirato, voluto e negoziato dalla cultura politica francese, che rappresenta gli ideali e il futuro dei giovani.
Un referendum che, stando agli ultimi sondaggi, corre il rischio di essere bocciato dai francesi per dire "no all'Europa" più per motivi di politica interna. L'Europa spaventa i francesi non tanto per la paura dell'euro e del mercato unico, ma quanto per le insicurezze quotidiane, la sfiducia nel futuro, il malcontento contro il governo del Presidente Chirac. L'allargamento dell'Europa verso i Paesi dell'Est ha, inoltre, scatenato una doppia paura, quella di categorie che si sentono minacciate e quella di quanti vedono diluite le nostalgie da "grandeur" con conseguenti insicurezze sociali, irrazionali ed emotive, con il risultato che l'Europa è ostaggio di logiche interne da parte di coloro che non vogliono rinunciare a un pezzo di sovranità nazionale.
I francesi corrono il rischio, col loro referendum, di allontanare la Francia dall'Europa, anche se
altri ostacoli li troveremo nel percorso referendario sulla Carta Ue. Il fronte antieuropeo è vasto e si compone di nazionalisti e conservatori, di localisti e anticapitalisti, di movimenti ostili alla libera circolazione dei lavoratori e di quanti pescano voti, temendo gli effetti dell'allargamento sulla propria condizione sociale e considerano i nuovi paesi aderenti un rischio per i loro privilegi, piuttosto che un'occasione.
La mentalità conservatrice con cui confrontarsi è presente, soprattutto, in Gran Bretagna, in Polonia, nella Repubblica Ceca, forse in Danimarca e Svezia e la controversia referendaria spesso accesa, dimostra quanto sia travagliata la ricerca comune d'una identità europea per innumerevoli e comprensibili ragioni.
Bisogna perciò mettersi al lavoro per uscire dalla crisi, trovare un terreno d'intesa, comprendendo che senza la Costituzione nulla cambierà o sarà peggio per i popoli europei, perché si andrebbe avanti con le cooperazioni forzate su politica fiscale ed economica e si ritornerà al Trattato di Nizza: un testo che consente ad un piccolo Paese di bloccare con il suo veto qualsiasi decisione e di gettare l'Unione nella paralisi.
Si ricorda che l'Unione europea ha una lunga storia di antiche e moderni nazionalismi, secoli ricorrenti di conflitti e differenti esperienze e sistemi politici, giuridici e sociali. Il futuro dell'Europa è più importante di un plebiscito su una persona o sull'orgoglio nazionale. I fautori del no devono rendersi conto che sarebbe deleterio bocciare la ratificazione della Costituzione e porsi fuori gioco, in un momento in cui l'euro è diventata una grande valuta internazionale, oggi richiesta dalle maggiori banche centrali per le loro riserve e si hanno, altresì, una bassa inflazione e modesti tassi d'interessi.
L'Europa, senza Costituzione e senza regole, sarebbe debole e ingovernabile e diventerebbe solo un imponente fenomeno economico e commerciale privo di rappresentatività e autorità politica e sarebbe simile ad un vaso di coccio fra il gigantismo americano e il gigantismo cinese. Si dovrà allora ricorrere ad una fase nuova per consolidare un nucleo omogeneo di Stati, uniti da esperienze politiche e tradizioni comuni e, quindi, capaci di soluzioni condivise.


L'Italia e i vincoli europei

L'Italia, con lo storico trattato di Roma, è stata la culla dell'europeismo e non può permettersi pause di riflessioni o comportamenti striscianti di scetticismo antieuropeista che cominciano a serpeggiare non solo nelle frange estreme del leghismo del sen. Bossi e del massimalismo del partito dell'on. Bertinotti.
In Italia si vivono momenti d'incertezza economica. Il commissario europeo per gli Affari economici, lo spagnolo Joaquin Almunìa, ha annunciato che, entro giugno, avvierà la procedura di messa in mora per il deficit eccessivo contro l'Italia, che cresce poco e salgono deficit e debito, quest'ultimo è al 105% del reddito nazionale. La procedura dovrà essere approvata dalla Commissione e poi passare all'Ecofin.
Da Washington, inoltre, i tecnici del Fondo monetario hanno espresso una diagnosi severa sull'economia nazionale con la previsione della crescita del Pil italiano del 1,2%, mentre il rapporto deficit/Pil, dice l'Outlook, prevede che cresca significativamente del 3,5% per il 2005 e del 4,3% o addirittura 5% per il 2006.
Non bisogna sottovalutare gli allarmi. L'Italia deve adottare, al più presto, misure necessaire a rassicurare, oltre ai partner europei, i mercati nazionali. L'economia di mercato è il più grande fattore di produzione della ricchezza, ma deve essere controllata. Un' Europa senza regole sarebbe più debole, esposta alla minaccia della mondializzazione senza controllo e al liberismo anglosassone. Un'Europa umanistica e universale, che abbia il cuore sul continente e non a Londra o ad Ankara o a Kiev, al contrario, può imporre il suo umanesimo per vincere oggi la sfida della competitività, della disoccupazione, del precariato, del debito pubblico e dell'impoverimento della Turchia e dei Paesi dell'Est.