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Il
Perini tra il terrorismo rosso e nero
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La strada del Movimento del 1968 era lastricata di utopie, di miti rivoluzionari,
di settarismo marxista - leninista. Il quartiere di Quarto Oggiaro fu
scelto come campo di battaglia per la predicazione e l'applicazione della
guerriglia urbana da parte delle frange più arrabbiate della contestazione
giovanile, al fine di trovare un collegamento fra proletari e sottoproletari
della periferia milanese. Penso a piazza
Fontana, ad un lontano 12 dicembre 1969, a quella bomba contro il popolo
nella Banca Nazionale dell'Agricoltura. Mi trovavo appena a 150 metri
dal luogo dello scoppio, in quanto lavoravo come impiegato nello stabile
del Comune di Milano di via Larga. La madre di tutte le stragi provocò
il massacro di 16 cittadini innocenti e 84 feriti e fu la pietra miliare
della storia del nascente terrorismo in Italia, che insanguinò
per un decennio la nostra storia, che divenne una tragedia nazionale.
Dal 1975 iniziò la stagione degli "anni di piombo". All'Università di sociologia di Trento erano già cominciati i primi discorsi sulla violenza e sul modo organizzativo di praticarla. Il nucleo storico delle brigate rosse era composto da Renato Curcio, Alberto Franceschini, Mara Cagol, Maurizio Ferrari, Fabrizio Pelli, Alfredo Bonavita e si chiamava "comune numero uno". Le brigate rosse avevano gradualmente alzato il tiro. Non più cortei, slogan rivoluzionari e scritte sui muri con frasi terribili di minacce di morte, ma furono pianificate le prime azioni militari aprendo, dapprima, gli anni delle rapine in banche e ai furgoni di portavalori, dei sequestri di persone e degli attentati; successivamente furono lucidamente pianificati, gli assassini politici con clamorosi e sanguinosi agguati, per passare ad individuare altri cittadini indifesi, bersagli della lotta armata. Per i brigatisti rossi, i grandi nemici erano la Democrazia Cristiana, rappresentata soprattutto dalla corrente di sinistra capeggiata dall'on. Aldo Moro, considerato il cavallo di Troia dei comunisti all'interno dello Stato Democratico e il Partito Comunista Italiano di Enrico Berlinguer, considerato il grande voltagabbana che aveva tradito la resistenza e abbindolato la base rivoluzionaria. La politica del "compromesso storico" che vide la nascita del governo Andreotti con l'appoggio esterno del PCI, fu inaugurata con la "geometrica potenza di fuoco delle brigate rosse" che il 16 marzo del 1978, in via Fani a Roma, ammazzò la scorta dell'on. Aldo Moro che fu sequestrato e tenuto prigioniero in covi brigatisti. Il suo cadavere fu restituito in un'auto parcheggiata (la Renault rossa), 55 giorni dopo, in via Caetani nel centro di Roma. Era il fatidico 9 Maggio! L'atroce immagine del corpo assassinato di Aldo Moro, come in un'icona caravaggesca, giaceva costretto nel bagagliaio della macchina, con la mano sul petto e la testa reclinata. Raggiunto l'obiettivo dell'uccisione di Moro, l'organizzazione terroristica intensificò la lotta armata con attentati e assassini seguendo un modello di criminalità comune. Caddero così, sotto il piombo delle colonne brigatiste non solo politici nelle più grandi città italiane (Milano, Roma, Genova, Torino, Firenze, Padova, Napoli) ma anche magistrati, docenti universitari, giornalisti, dirigenti ospedalieri, esponenti delle forze dell'ordine, guardie carcerarie, dirigenti di fabbriche, sindacalisti e, persino, cittadini comuni. Milano pagò il suo contributo di sangue con l'uccisione di 20 persone, il ferimento di 65 cittadini inermi e oltre mille attentati. L'Italia ebbe complessivamente 489 morti ed oltre mille feriti. Durante quegli anni di paura il circolo culturale Carlo Perini proseguì a programmare le sue iniziative per affermare i valori di libertà, di democrazia, di dibattito civile e democratico. Il pubblico, sia pure intimidito da episodi verbali e talvolta anche fisici, seguitava coraggiosamente a partecipare alle nostre manifestazioni, grazie ai grandi personaggi del mondo politico e culturale, che facevano a gara per parlare ai cittadini della periferia milanese. Ci furono anche tristi serate di dibattito in cui giovani provocatori dei gruppuscoli extraparlamentari, fiancheggiatori dei terroristi, presero il sopravvento. La prevaricazione culminò con l'interruzione di alcune conferenze, a seguito di arroganti minacce all'incolumità fisica dei partecipanti. Avevo, però, messo in cantiere l'aggressione nei miei riguardati da parte di qualche tossicodipendente, venne, al contrario, l'attentato delle brigate rosse. Il 1 aprile del 1980 fui, di fatto, protagonista della triste e penosa vicenda di cui sono stato vittima, mentre assistevo ad una conferenza, tenuta dall'on. Nadir Tedeschi, nella sezione periferica della DC, in via Mottarone a Milano. Un gruppo di quattro "brigatisti rossi", appartenenti alla colonna Walter Alasia, imbavagliati e incappucciati, fecero irruzione con le pistole in pugno. Dopo avere insultato e minacciati i presenti, fui prescelto con altri tre amici per il "rito della gambizzazione". Fu quella un'azione di rappresaglia contro l'uccisione di quattro terroristi, da parte della polizia, in via Fracchia a Genova e fummo accusati di essere anche noi responsabili dell'uccisione dei loro compagni. Tale logica di violenza brigatista veniva infatti giustificata dal motto irragionevole "colpire uno per educarne cento". Fui, inoltre, accusato che, attraverso le iniziative culturali svolte dal Circolo culturale Carlo Perini, "facevo cultura per il sistema politico dominante, ingannando i proletari e i sottoproletari di Quarto Oggiaro". Dopo essere stato perquisito e depredato di tutti gli oggetti, persino della patente e del portafoglio con i soldi, fui, infine, condotto, sotto il tiro delle armi con silenziatore, in fondo alla sala e messo al muro con gli altri tre amici prescelti tra il pubblico, che assisteva ad una conferenza. Una trentina di altri iscritti, anch'essi oggetto di razzia delinquenziale, furono messi in gruppo al centro della sala e costretti a reggere uno striscione inneggiante alle brigate rosse, fotografati e disposti in modo d'assistere terrorizzati alla macabra esecuzione. Prima di essere messo al muro implorai il terrorista, che mi era fronte, a non spararmi perché avevo moglie e figli. Rispose puntandomi la fredda canna della pistola alla tempia sinistra intimandomi: "inginocchiati stronzo!". Mi accostai, lentamente, in fondo alla sala, senza però inginocchiarmi: benché sconvolto dalla paura, volevo morire in piedi. Il gruppo dei terroristi era guidato dalla capo colonna Pasqua Aurora Betti, che era subentrata a Mario Moretti, arrestato per l'uccisione della scorta e per il sequestro dell'on. Moro di via Fani. L'altro terrorista, "Silvio" (così si faceva chiamare il mio feritore, che seppi dopo chiamarsi Roberto Adamoli) mi era di fronte ad un metro di distanza. Guardai la sua faccia incappucciata nell'attimo in cui diede un segnale e mi sparò quattro rapidi colpi di pistola, mirando per fortuna alle gambe e non alla testa. Una pallottola trapassò la gamba sinistra, le altre tre la gamba destra. Udii distintamente gli spari ovattati dal silenziatore della calibro "7.65". Crollai a terra urlando "mamma, mamma mia! Amici pensate ai miei figli". Sentii un grande calore agli arti inferiori. Non svenni anche se il giramento di testa mi aveva fatto perdere la cognizione del tempo e vivevo la tragedia quasi fosse un sogno. Quasi contemporaneamente alla mia esecuzione, gli altri terroristi scaricarono le loro pistole, mirando alle gambe, contro gli altri tre amici di partito (Eros Robbiani, Emilio De Buono e Nadir Tedeschi). I vili terroristi accompagnarono gli spari al grido "ecco quello che meritano i servi di Kossiga!", quel Cossiga" (senza k), che era all'epoca Presidente del Consiglio dei Ministri. Fu un'operazione fulminea! Mi guardai le gambe: erano immerse in una pozza di sangue che si mescolava a quello di Robbiani, che giaceva alla mia destra, immobile e con gli occhi sbarrati. Vidi, pure, distesi a terra, gli amici feriti Tedeschi e De Buono e mi sopravvenne un forte capogiro. Non so quanto tempo sia rimasto in quella posizione; qualcuno mi si avvicinò, mi sfilò le cinghia dei pantaloni e la cravatta e mi legò stretto i polpacci, mentre il sangue sgorgava copioso dalle ferite. Fu allora che mi venne l'ossessione della famiglia e cominciai a gridare: "telefonate a mia moglie e pensate ai miei bambini". Non ricordo quante volte ho ripetuto questa frase; smisi solo quando fui adagiato in barella per essere trasportato al Pronto Soccorso del Fatebenefratelli, dove i medici riscontrarono la gravità delle lesioni alle arterie recise e al nervo sciatico spappolato. Bisognava ripristinare la circolazione per evitare la cancrena. Necessitava la ricostruzione delle due arterie lese. Dopo 4 giorni di attesa fui trasferito agli Ospedali Riuniti di Brescia, nel reparto di ortopedia, per essere sottoposto a due lunghi interventi di "microchirugia" da parte di un'équipe di specialisti, guidati dal primario prof. Giorgio Brunelli. Il primo intervento chirurgico avvenne l'8 aprile. Rimasi in camera operatoria per oltre 6 ore, e, per la lesione dell'arteria poplitea, fu praticato l'innesto di un primo bypass alla gamba sinistra, già gravemente compromessa dallo spappolamento del nervo sciatico, che aveva causato la paralisi dell'arto e, nel contempo, furono asportati i muscoli necrotici della gamba, raschiata fino all'osso. Dieci giorni dopo, a seguito di un aneurisma alla gamba destra, fui sottoposto, d'urgenza, al secondo intervento chirurgico che durò, anch'esso circa 7 ore, per praticare il secondo innesto bypass all'arto destro per la lesione dell'arteria tibiale. Furono, pertanto, sacrificate entrambe le vene safene delle gambe per l'innesto arterioso. Evitai sì l'amputazione degli arti, ma rimasero completamente paralizzati la gamba e il piede sinistro. Gli esiti permanenti d'invalidità furono e continuano ad essere disastrosi e per la deambulazione e per il processo di rivascolarizzazione del sangue, a seguito della recisione delle due arterie e della lesione del nervo sciatico. Dalla lettura del volumetto "Ad un passo dalla morte - un gambizzato racconta" ci si può rendere conto che il mio racconto su questa tragica vicenda vuole rappresentare un documento umano di riflessione sulla violenza cieca e sull'odio politico e vuole dimostrare ai terroristi che la democrazia è stata più forte della loro barbarie. Sono convinto che, al di là del fatto personale, la mia vicenda assume un significato più generale e penso anche di carattere emblematico. Ancora oggi, mi domando perché sia stato colpito così duramente dal terrorismo, alla stregua di un "vero nemico del proletariato", proprio io che mi sono sempre schierato da parte della povera gente e, come lavoratore, a favore degli abitanti dei quartieri popolari, soprattutto di Quarto Oggiaro, uno dei quartieri più dimenticati della metropoli lombarda. La cosa più triste fu quello di scoprire che i miei feritori erano giovani, che avevano frequentato alcuni incontri e dibattiti al Circolo culturale Carlo Perini. Nel momento della mia testimonianza in Tribunale nel processo contro i brigatisti della colonna Walter Alasia, degli 85 detenuti ne avevo riconosciuti 84. Questa vicenda, che ha scombussolato completamente la mia vita fisica, psicologica, lavorativa e familiare, è stata narrata non solo come una testimonianza culturale ed umana, ma anche come una proposta di non fare della facile retorica sul massimalismo delle ideologie violente o della facile retorica coltivabile sul terreno degli avvenimenti di cui sono stato partecipe. Bisogna insegnare ai giovani che la violenza non paga nessuno, nemmeno coloro che la predicano e ne fanno un'arma di lotta per fini ideologici e politici. Dopo tale tragico attentato, che mi ha reso invalido permanente per tutta la vita a causa della gravità delle lesioni riportate agli arti inferiori, è continuata l'esperienza del Circolo culturale Carlo Perini, pur nel grande sconvolgimento della vita familiare. In questi ultimi 22 anni sono stato costantemente condizionato dalla sofferenza fisica, da continui interventi chirurgici, dalla difficoltà di deambulazione, ricorrendo all'uso di stampelle, a continue medicazioni delle piaghe ai piedi provocate dall'schemia muscolare, tanto da avere fatto, persino, cicli periodici nella camera iperbarica dell'Ospedale Galeazzi di Milano (quella stessa camera, ove trovarono la morte 11 pazienti abbrustoliti). Due anni fa ho evitato l'amputazione del piede sinistro per ulcere e fistole che sembravano inguaribili; vi sono poi i quotidiani dolori con lancinanti crampi, bruciori, pizzicori che compromettono la circolazione del sangue, come se vivessi una qualche forma di "rivoluzione permanente cinese" di maoista memoria. L'ultimo intervento operatorio risale al settembre del 2002. La mia adesione all'Associazione Italiana Vittime del Terrorismo, con sede a Torino, mi ha costretto ad essere in prima fila nel denunciare il deplorevole comportamento dello Stato per avere emanate leggi troppo indulgenti verso gli autori di delitti e di stragi, rivendicando la priorità dei diritti delle vittime rispetto a quelli dei carcerati. Come "gambizzato più iellato" d'Italia ho partecipato a numerosi dibattiti e convegni. Le mie prese di posizione sui temi dell'indulto o della pacificazione nazionale hanno sempre mirato a negare ogni legittimità o riconoscimento politico postumo ai terroristi protagonisti degli anni di piombo. Non sono mai stato annoverato fra coloro che indulgono al perdono, chiedendo a gran voce la certezza della pena per gli assassini omicidi e pluriomicidi. Bisogna essere consapevoli che il male "rimane male", l'omicidio resta omicidio e che quello che era un "male" ieri non può essere un "bene" oggi. Esiste una cattiva coscienza nel nostro Paese da parte di personaggi politici, intellettuali e alcuni uomini di Chiesa, troppo indulgenti, che assumono atteggiamenti di riconciliazione e di perdono verso i terroristi, commettendo un'incredibile ingiustizia. A perdonare non sono i titolari delle offese. Si ricorre, al contrario, all'infamia di perdonare o chiedere colpi di spugna, per conto terzi, con una prassi di comportamenti semplicemente disgustosi. Nel dibattito politico si è giunto ad equiparare le vittime della violenza terroristica con quelle dei caduti brigatisti, uccisi nei conflitti a fuoco dalle forze dell'ordine. In Italia non è esistita una guerra civile. Fu il terrorismo a dichiarare, unilateralmente, guerra allo Stato democratico. Ecco perché non è possibile alcun raffronto storico tra la guerra civile combattuta da partigiani contro i repubblichini di Salò, per rivendicare una pacificazione che porti all'amnistia o all'indulto per i terroristi. I bersagli prescelti dai protagonisti della lotta armata sono stati, prevalentemente, cittadini inermi e innocenti, vigliaccamente uccisi in attentati ed agguati, benché non avessero alcun'arma per opporsi ai brigatisti assassini e benché non si sentissero lontanamente coinvolti in un'inesistente guerra civile. Sostenere, poi, che esiste una differenza fra un assassino comune e un assassino politico e distinguere, poi, fra la gravità di un omicidio fascista o di un omicidio delle brigate rosse, significa giustificare tutti coloro che, nella storia, hanno ucciso o sterminati innocenti per un qualsiasi ideologia politica. In virtù della passione politica, o di moventi e fanatismi ideologici, si possono giustificare non solo i crimini nazisti e staliniani, ma anche quelli contro l'umanità, che pure sono conseguenza di una radice logica intrisa di quell'aberrante ideologia politica o religiosa, ispirata dal fanatismo che serve solo come pretesto o alibi per incarnare il male, che si traduce in crimine. Un conto è liquidare la storia con quei terroristi, pentiti o dissociati che hanno preso coscienza del male commesso e della inutilità o fallacia della lotta armata. Si tratta di ex terroristi che hanno rinnegato il loro passato con un percorso di conversione interiore e molti ho avuto modo di conoscerli, d'incontrarli e di apprezzarli. Un conto è liquidare il terrorismo con gli irriducibili e pluriomicidi né pentiti, né dissociati, né consapevoli di avere sbagliato; anzi orgogliosi di rivendicare il loro triste passato come fossero eroi, martiri, benefattori dell'umanità. Per costoro, che vantano il loro passato di violenza e di sangue, non possono esserci premi, indulgenze o sconti di pena, ma solo la certezza che restino comodamente e pacificamente in carcere, espiando sino all'ultimo giorno la condanna ricevuta. Come la riparazione del male è condizione essenziale del perdono cristiano, così la liquidazione del terrorismo non può sconfessare l'ordine fondamentale della giustizia con certezza della pena. Non può, cioè, esistere perdono senza espiazione e senza sincero pentimento della proprie colpe. Per fortuna, oggi, i terroristi sono quasi tutti in libertà e hanno chiuso il loro conto con la giustizia. Ogni ulteriore dibattito diventa strumentale per fini di bassa e disonesta politica. Non è più tempo di continuare a chiedere la riconciliazione, la pacificazione nazionale, il perdono generalizzato solo per i terroristi con la chiusura, ormai avvenuta, degli anni di piombo, che sono stati una "tragedia" per l'Italia. Non si tratta di concedere indulti, amnistie o ulteriori privilegi ai terroristi; semmai è tutto il sistema carcerario che necessita di umanizzazione e, quindi, di misure alternative per riabilitare i detenuti, dare loro un lavoro e uno sconto di pena attraverso un indulto generalizzato. Si è detto, a torto, che il terrorismo è stato affrontato, combattuto e sconfitto a viso aperto da tutte le forze democratiche del Paese e le leggi dello Stato sul pentitismo, la dissociazione e l'applicazione della Gozzini si sono dimostrate efficaci e generose nel recuperare e reinserire nella società civile i condannati per tale reato. Finora le vittime del terrorismo sopravvissute, sono state descritte dai cronisti, fotografate dai sociologi, analizzate dai politici. Le loro vicende hanno quasi sempre avuto una dimensione pubblica, se non esteriore sicuramente esteriorizzata. I "fatti" di cui sono stati protagonisti, loro malgrado, sono stati inquadrati in fenomeni più ampi, in analisi collegate alla cronaca e alla storia del Paese. L'attenzione è stata, purtroppo, rivolta solo alle componenti manifeste della loro personalità, a ciò che essi significavano per gli altri, come fossero personaggi di carta, d'immagini televisive e di dibattiti, invece che persone umane reali e concrete. E' stata, insomma, trascurata la dimensione interiore e psicologica. Eppure le vittime hanno un loro "vissuto" intimo, un'emotività ed un'affettività, che passano in secondo piano durante gli incontri e le interviste. La testimonianza che ho fatto nella suddetta pubblicazione è resa con umanità, con drammatica umanità di chi esprime sentimenti e reazioni, rabbia e dolore, paura e coraggio; di chi ha provato sulle proprie carni il martirio lacerante del piombo, gli effetti devastanti delle armi; di chi ha subito la malvagità di una cattiveria che si fa crimine. Oggi l'appello a non sottovalutare il pericolo del terrorismo e a tenere alta la guardia, non è soltanto legittimo: è doveroso. Viviamo un periodo storico in cui sembrano trovare spazio e campo non solo mitomani e provocatori, ma anche professionisti della violenza politica in servizio effettivo permanente. Chi cerca un antidoto contro i veleni della violenza o del ritorno al terrorismo deve accettare le regole della democrazia e non intendere lo scontro politico fra avversari, come scontro fra nemici. Dobbiamo essere rispettosi della democrazia dell'alternanza, anche se dobbiamo vigilare contro le involuzioni e le tentazioni autoritarie di chi ci governa. Dopo l'uccisione di Massimo d'Antona e Roma e di Marco Biagi a Bologna, il rigurgito neoterrorista è riemerso prepotentemente alla ribalta nazionale. Oggi più che mai non bisogna dimenticare gli anni di piombo e i centinaia di morti e migliaia di feriti innocentemente colpiti e che tanta sofferenza hanno causato alle famiglie. I familiari e i sopravvissuti agli attentati continuano a chiedere verità, giustizia e certezza della pena e sono contro ogni concessione d'indulto, di sconti di pena o di amnistie per gli autori di efferati delitti. Occorre infine vigilare e non abbassare la guardia per scoprire e colpire quanti tramano contro la democrazia e fomentano, l'odio, la violenza, il terrorismo
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