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Il
Perini tra il terrorismo rosso e nero
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La strada del Movimento del 1968 era lastricata di utopie, di miti rivoluzionari, di settarismo marxista - leninista. Il quartiere di Quarto Oggiaro fu scelto come campo di battaglia per la predicazione e l'applicazione della guerriglia urbana da parte delle frange più arrabbiate della contestazione giovanile, al fine di trovare un collegamento fra proletari e sottoproletari della periferia milanese. La sede del Centro sociale di via Val Trompia, ove da circa un decennio operava il Circolo culturale Carlo Perini, divenne il luogo d'incontro e di scontro dei vari collettivi giovanili, che scandivano slogan inneggianti a Mao e a Che Guevara e organizzavano azione di guerriglia urbana e tutte le lotte per le occupazioni abusive delle case popolari in Milano. Ogni volta che la polizia li sloggiavano, la sede di via Val Trompia diventava il loro rifugio e il loro bivacco. Nelle università si predicava la rivoluzione nella politica e nei costumi sessuali. Furono gli anni della contestazione giovanile, del femminismo e del dissenso nel mondo cattolico. Ovunque erano evidenti i segni di battaglia: nelle università, nelle fabbriche, nei festival cinematografici, nei premi letterari, nelle rassegne d'arte. Nelle periferie urbane la guerriglia si esprimeva nello sciopero dell'affitto da parte degli assegnatari di case popolari, nell'esproprio proletario con razzie ai Supermercati, nel sei politico, che gli insegnanti, cossiddetti "democratici", concedevano anche agli alunni delle scuole elementari, medie inferiori e superiori. La scuola non poteva, né doveva bocciare i figli dei lavoratori. A livello ecclesiale il dissenso si manifestava con le esperienze delle comunità di base e con quegli esponenti cattolici che si ispiravano alla teologia della rivoluzione o della liberazione e alle aperture al dialogo del post-concilio con la distinzione fra errore ed errante con un confronto-incontro fra credenti e non credenti. A livello internazionale il punto di riferimento dei cattolici del dissenso, che credevano nella legittimità della ribellione contro lo sfruttamento e la tirannia, fu Camillo Torres il prete guerrigliero, morto nel 1966, per difendere i campesinos. Per i cattolici democratici o progressisti i punti di riferimento furono Alfred Ancel, vescovo di Lione e prete operaio, e Helder Camera, vescovo di Recife nel Nord-Ovest del Brasile che, rifiutando la violenza come strumento di lotta sociale, si facevano interpreti delle istanze della "Chiesa dei Poveri" per invocare una maggiore giustizia e una promozione umana alla luce degli insegnamenti del Vangelo. In Italia fu Don Milani, con la sua famosa Lettera ad un professoressa, ad innescare un processo di contestazione nel mondo della scuola tradizionale, per rivendicare i diritti all'istruzione, con metodi didattici non selettivi e punitivi, dei figli dei poveri. A Trento decine di studenti della Facoltà di Sociologia si radunavano attorno a Renato Curcio, che venne anche a Quarto Oggiaro per solidarizzare con il gruppo degli occupanti abusivi delle case popolari. Si sa che Curcio scelse, dopo alcuni anni, miseramente, la strada sanguinosa del terrorismo e la sua ragazza, Mara Cagol, per proteggergli la fuga, fu uccisa in un conflitto a fuoco con le forze dell'ordine. Nelle fabbriche i sindacati di base si contrapponevano ai sindacati tradizionali per erodere il potere contrattuale e rivendicare la supremazia sui lavoratori, ricorrendo ad insulti, minacce, atti intimidatori prima di sfociare nella scelta terroristica. Gli intellettuali si travestivano da studenti o da operai fra rulli di tamburi, pugni alzati, pifferi latino - americani, striscioni e drappi enormi (valga per tutti il drappo immenso di "Servire il Popolo" con quattro gatti al seguito), cortei, manganelli, passamontagna, sciarpe palestinesi e poi gli immancabili scontri di piazza, spesso gravi, tra studenti e polizia con il fumo dei candelotti lacrimogeni e gli scoppi delle bottiglie incendiarie. I figli della buona borghesia, abituati ai salotti fra festini e champagne, si atteggiavano ad estremisti rivoluzionari e ad amici della classe operaia. Dopo gli scontri, le rituali assemblee, le discussioni, le accuse, le reciproche recriminazioni fra la stessa galassia dei gruppuscoli della sinistra extraparlamentare, quasi sempre in concorrenza tra loro per accaparrarsi la piazza e per prevaricare sulla maggioranza degli studenti con l'esasperata assembraglia parolaia, che a forza di predicare la violenza, poi la praticò, scegliendo, miseramente, di entrare nella clandestinità della lotta armata. Molti intellettuali e universitari partivano ancora per Parigi in treno, con biglietti d'aereo o con passaggi in macchina per andare ad assistere ad assemblee e a cortei dei rivoltosi, sempre più isolati dal popolo. Andavano e ritornavano in fretta per ripartire alla volta di Torino, Trento, Milano, Pisa, Roma dove gli appuntamenti con gli scontri si susseguivano ininterrotti. Penso a piazza Fontana, ad un lontano 12 dicembre 1969, a quella bomba contro il popolo nella Banca Nazionale dell'Agricoltura. Mi trovavo appena a 150 metri dal luogo dello scoppio, in quanto lavoravo come impiegato nello stabile del Comune di Milano di via Larga. La madre di tutte le stragi provocò il massacro di 16 cittadini innocenti e 84 feriti e fu la pietra miliare della storia del nascente terrorismo in Italia, che insanguinò per un decennio la nostra storia, che divenne una tragedia nazionale. È davvero così tanto lontano quel 12 dicembre del 1969, che segnò l'inizio della strategia degli opposti estremismi? Sono passati 33 anni e siamo ancora alla ricerca di verità e giustizia, tra depistaggi magistralmente pilotati dai servizi segreti deviati nostrani e dalla CIA (sigla della Central Intelligence Agency, un'organizzazione federale istituita dal Congresso degli USA, per coordinare e controllare tutte le attività di spionaggio e controspionaggio statunitensi) e intrecci perversi col terrorismo nero. I tentativi per arrivare alla verità su quella bomba sono stati sempre frustrati per una ragione o per l'altra. La magistratura, costretta ad inseguire dapprima il labirinto della pista anarchica, poi quella della pista nera, ha trovato un primo sprazzo di verità dopo 32 anni, con la sentenza emessa in primo grado di giudizio dal Tribunale di Milano. Si tratta della sentenza di condanna all'ergastolo di tre presunti colpevoli della strage: Carlo Maria Maggi, Giorgio Zorzi e Giancarlo Rognoni, tutti fascisti di Ordine Nuovo. Si osserva amaramente che il processo di primo grado concluso nel giugno del 2001, non è stato il primo per piazza Fontana e che non si conoscono gli esiti dei ricorsi in Appello e in Cassazione, che potrebbero annullare la sentenza emessa in primo grado di giudizio. I criminali autori di tale follia non avranno forse mai un volto. La strage, senza colpevoli, esprime solo la consapevolezza, nella coscienza collettiva, dell'odiosa matrice politica del terrorismo nero e della destra eversiva neonazista, che ha tramato contro l'ordinamento costituzionale dello Stato Democratico in combutta con alcuni servizi segreti deviati. Si ricorda che, a quel tempo e per tutti gli anni '70, era di moda la teoria degli opposti estremismi e i gruppi neofascisti imperversavano e assoldavano squadre di picchiatori e si radunavano in gruppi ideologici sovversivi bene organizzati. Ben noti i giovani neofascisti del gruppo lombardo "La Fenice" e quelli veneti della "Rosa dei Venti". I primi furono anche quelli che, con squadre di picchiatori assoldati da tutta la Regione Lombardia (Varese, Bergamo, Brescia, Pavia… Sesto San Giovanni, Monza, Milano), assalirono i partecipanti al dibattito antifascista promosso dal Circolo Carlo Perini. Era la sera del 21 giugno del 1971! Fioccarono biglie d'acciaio, furono scagliati sassi con le fionde, piovvero bottiglie molotov e candelotti incendiari, furono sparati colpi d'arma da fuoco che ferirono alla tempia, per fortuna in modo non grave, uno dei partecipanti al dibattito. La sede fu completamente devastata dai circa 80 picchiatori che infransero tutte le vetrate, rovesciarono e saccheggiarono, all'esterno, le macchine dei loro avversari politici presenti alla conferenza e, arroccati nell'interno del Centro Sociale di via Val Trompia a Quarto Oggiaro, nascondendosi sotto i tavoli o dietro le colonne per non essere colpiti. Nei giorni seguenti una quindicina di noti fascisti assalitori furono individuati e denunciati per possesso di armi, di catene e di altri oggetti contundenti. Si trattava degli esponenti più in vista dell'eversione nera in Lombardia, composta da noti provocatori e picchiatori fascisti, molti dei quali, ben protetti da settori deviati dei Servizi Segreti dello Stato. Alcuni di questi giovani protagonisti della violenza furono, alcuni anni dopo, anche indagati e sospettati per collegamenti e contatti avuti con i sanguinari artefici della strage in piazza della Loggia, avvenuta a Brescia nel maggio del 1974, ove si contarono 8 morti e 90 feriti senza trovare prove della loro complicità. Il processo per l'assalto fascista al Circolo culturale Carlo Perini fu trasferito al Tribunale di Venezia, per legittima suspicione, in quanto fra gli oratori assaliti vi era anche un noto magistrato democratico di Milano: il dr. Domenico Pulitanò. Cessato il clamore della strumentalizzazione politica dell'evento, il processo, allontanato da Milano, cadde nel dimenticatoio. La sentenza del Tribunale di Venezia fu emessa 7 anni dopo. Tutti i neofascisti imputati furono condannati a meno di due anni di carcere e il reato si estinse per prescrizione dei termini. Il massacro impunito della destra eversiva raggiunse, molti anni dopo, il suo culmine nell'infame strage fascista alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, che causò l'eccidio di 85 persone vittime innocenti e il ferimento di 200 persone. Si favoleggia che l'eccidio di Bologna fu una rappresaglia dei servizi segreti libici o dei servizi segreti francesi, ma la verità stenta a venire a galla e le connivenze con la P2 e con alcuni esponenti dei Servizi Segreti deviati confermano solo colpevoli depistaggi. A nome dell'Associazione Italiana Vittime del Terrorismo, con sede a Torino, ormai da oltre 18 anni sono delegato a rappresentarla, in occasione dell'Anniversario della Strage: Bologna non dimentica la strage del 2 agosto. Ho avuto, così, modo di conoscere non solo i dirigenti dell'Associazione, ma anche moltissimi familiari delle vittime della strage. Ogni anno partecipo alla loro assemblea, che si tiene dopo la commemorazione ufficiale, che vede protagonisti esponenti rappresentativi del Governo, delle forze dell'Ordine, delle istituzioni nazionali e locali (Comuni, Province, Regioni), provenienti da molte regioni italiane, e di molti gruppi e associazioni della società civile e rappresentanti dei partiti politici e sindacali. Gli anni '70 furono la triste epoca in cui il "manuale delle guardie nere" insegnava che la violenza non è un capriccio, ma una necessità chirurgica. Una dolorosa necessità, profondamente morale per la disinfestazione materiale, che si esprime nella lucida follia di odio e di terrorismo politico, sfociato nello stragismo rimasto, sostanzialmente, impunito. Mi sono, perciò, rimasti vivamente impressi il clima di terrore vissuto e lo shock che ebbi non solo in occasione dell'assalto fascista al Circolo Perini nel giugno 1971, ma soprattutto in occasione dell'attentato terroristico di cui sono stato vittima ad opera delle brigate rosse, il 1° aprile 1980. Il manuale delle "guardie rosse" fu certamente il libretto di Mao, che diede la stura ad un verbalismo rivoluzionario giovanile, contagiato dalla malattia dei governi comunisti oppressivi e sanguinari. Il "gauchismo extraparlamentare" si trasformò, sia pure in modo parziale, in lotta armata con sequestri, attentati, ferimenti e uccisioni. Il terrorismo dei giovani dei salotti buoni, istruiti, ben vestiti, con genitori o antenati illustri e con le mani ben curate, segnò la fine delle conquiste sociali del mondo del lavoro e di tutto quel popolo del mondo progressista, cattolico e marxista, che aveva lottato per la promozione umana e sociale dei deboli, degli oppressi, degli sfruttati. Il terrorismo fu, obiettivamente, funzionale al perdurare della egemonia di potere della Democrazia Cristiana e favorì, sostanzialmente, la sconfitta del Movimento Operaio in Italia. Il terrorismo dei figli della borghesia italiana uccise la politica del "compromesso storico" e, con il martirio dell'on. Aldo Moro, consentì il trionfo della D.C. regalandole due milioni di voti in più alle elezioni politiche del 1979. All'interno del partito di maggioranza politica si giunse alla resa dei conti. Nel 1980 la politica del segretario uscente Benigno Zaccagnini fu sconfitta. La vittoria arrise a quel famigerato "preambolo anticomunista" di Carlo Donat-Cattin, che portò all'avvento dell'on. Flaminio Piccoli a Segretario nazionale del partito. Si pose, in tal modo, la premessa per la fine del governo Cossiga e si avviò, così, la lunga era governativa del fasullo riformismo del socialista Bettino Craxi, che ebbe il grande merito storico di alimentare il fenomeno patologico della corruzione e delle ruberie politiche in Italia, superando, in maniera impressionante, la collaudata capacità di malgoverno della Democrazia Cristiana, madre e maestra di ogni illegalità. In politica e in economia si affermava arrogantemente che in Italia non esisteva una questione morale. L'illegalità imperante aveva sancito la convinzione che ogni ruberia restasse sempre impunita. Da ciò scaturì il discredito delle istituzioni e la delegittimazione dei maggiori partiti italiani. Grazie, poi, al concorso eversivo del terrorismo rosso e nero, la classe operaia registrò ulteriori sconfitte e cocenti umiliazioni, a cominciare dal referendum craxiano sull'abolizione della scala mobile per i lavoratori, che vide schierarsi, in prima fila, per tale abolizione, il sindacalista Fausto Bertinotti all'epoca amico e sfegatato sostenitore di Bettino Craxi.
Dal 1975 iniziò la stagione degli "anni di piombo". All'Università di sociologia di Trento erano già cominciati i primi discorsi sulla violenza e sul modo organizzativo di praticarla. Il nucleo storico delle brigate rosse era composto da Renato Curcio, Alberto Franceschini, Mara Cagol, Maurizio Ferrari, Fabrizio Pelli, Alfredo Bonavita e si chiamava "comune numero uno". Le brigate rosse avevano gradualmente alzato il tiro. Non più cortei, slogan rivoluzionari e scritte sui muri con frasi terribili di minacce di morte, ma furono pianificate le prime azioni militari aprendo, dapprima, gli anni delle rapine in banche e ai furgoni di portavalori, dei sequestri di persone e degli attentati; successivamente furono lucidamente pianificati, gli assassini politici con clamorosi e sanguinosi agguati, per passare ad individuare altri cittadini indifesi, bersagli della lotta armata. Per i brigatisti rossi, i grandi nemici erano la Democrazia Cristiana, rappresentata soprattutto dalla corrente di sinistra capeggiata dall'on. Aldo Moro, considerato il cavallo di Troia dei comunisti all'interno dello Stato Democratico e il Partito Comunista Italiano di Enrico Berlinguer, considerato il grande voltagabbana che aveva tradito la resistenza e abbindolato la base rivoluzionaria. La politica del "compromesso storico" che vide la nascita del governo Andreotti con l'appoggio esterno del PCI, fu inaugurata con la "geometrica potenza di fuoco delle brigate rosse" che il 16 marzo del 1978, in via Fani a Roma, ammazzò la scorta dell'on. Aldo Moro che fu sequestrato e tenuto prigioniero in covi brigatisti. Il suo cadavere fu restituito in un'auto parcheggiata (la Renault rossa), 55 giorni dopo, in via Caetani nel centro di Roma. Era il fatidico 9 Maggio! L'atroce immagine del corpo assassinato di Aldo Moro, come in un'icona caravaggesca, giaceva costretto nel bagagliaio della macchina, con la mano sul petto e la testa reclinata. Raggiunto l'obiettivo dell'uccisione di Moro, l'organizzazione terroristica intensificò la lotta armata con attentati e assassini seguendo un modello di criminalità comune. Caddero così, sotto il piombo delle colonne brigatiste non solo politici nelle più grandi città italiane (Milano, Roma, Genova, Torino, Firenze, Padova, Napoli) ma anche magistrati, docenti universitari, giornalisti, dirigenti ospedalieri, esponenti delle forze dell'ordine, guardie carcerarie, dirigenti di fabbriche, sindacalisti e, persino, cittadini comuni. Milano pagò il suo contributo di sangue con l'uccisione di 20 persone, il ferimento di 65 cittadini inermi e oltre mille attentati. L'Italia ebbe complessivamente 489 morti ed oltre mille feriti. Durante quegli anni di paura il circolo culturale Carlo Perini proseguì a programmare le sue iniziative per affermare i valori di libertà, di democrazia, di dibattito civile e democratico. Il pubblico, sia pure intimidito da episodi verbali e talvolta anche fisici, seguitava coraggiosamente a partecipare alle nostre manifestazioni, grazie ai grandi personaggi del mondo politico e culturale, che facevano a gara per parlare ai cittadini della periferia milanese. Ci furono anche tristi serate di dibattito in cui giovani provocatori dei gruppuscoli extraparlamentari, fiancheggiatori dei terroristi, presero il sopravvento. La prevaricazione culminò con l'interruzione di alcune conferenze, a seguito di arroganti minacce all'incolumità fisica dei partecipanti. Avevo, però, messo in cantiere l'aggressione nei miei riguardati da parte di qualche tossicodipendente, venne, al contrario, l'attentato delle brigate rosse. Il 1 aprile del 1980 fui, di fatto, protagonista della triste e penosa vicenda di cui sono stato vittima, mentre assistevo ad una conferenza, tenuta dall'on. Nadir Tedeschi, nella sezione periferica della DC, in via Mottarone a Milano. Un gruppo di quattro "brigatisti rossi", appartenenti alla colonna Walter Alasia, imbavagliati e incappucciati, fecero irruzione con le pistole in pugno. Dopo avere insultato e minacciati i presenti, fui prescelto con altri tre amici per il "rito della gambizzazione". Fu quella un'azione di rappresaglia contro l'uccisione di quattro terroristi, da parte della polizia, in via Fracchia a Genova e fummo accusati di essere anche noi responsabili dell'uccisione dei loro compagni. Tale logica di violenza brigatista veniva infatti giustificata dal motto irragionevole "colpire uno per educarne cento". Fui, inoltre, accusato che, attraverso le iniziative culturali svolte dal Circolo culturale Carlo Perini, "facevo cultura per il sistema politico dominante, ingannando i proletari e i sottoproletari di Quarto Oggiaro". Dopo essere stato perquisito e depredato di tutti gli oggetti, persino della patente e del portafoglio con i soldi, fui, infine, condotto, sotto il tiro delle armi con silenziatore, in fondo alla sala e messo al muro con gli altri tre amici prescelti tra il pubblico, che assisteva ad una conferenza. Una trentina di altri iscritti, anch'essi oggetto di razzia delinquenziale, furono messi in gruppo al centro della sala e costretti a reggere uno striscione inneggiante alle brigate rosse, fotografati e disposti in modo d'assistere terrorizzati alla macabra esecuzione. Prima di essere messo al muro implorai il terrorista, che mi era fronte, a non spararmi perché avevo moglie e figli. Rispose puntandomi la fredda canna della pistola alla tempia sinistra intimandomi: "inginocchiati stronzo!". Mi accostai, lentamente, in fondo alla sala, senza però inginocchiarmi: benché sconvolto dalla paura, volevo morire in piedi. Il gruppo dei terroristi era guidato dalla capo colonna Pasqua Aurora Betti, che era subentrata a Mario Moretti, arrestato per l'uccisione della scorta e per il sequestro dell'on. Moro di via Fani. L'altro terrorista, "Silvio" (così si faceva chiamare il mio feritore, che seppi dopo chiamarsi Roberto Adamoli) mi era di fronte ad un metro di distanza. Guardai la sua faccia incappucciata nell'attimo in cui diede un segnale e mi sparò quattro rapidi colpi di pistola, mirando per fortuna alle gambe e non alla testa. Una pallottola trapassò la gamba sinistra, le altre tre la gamba destra. Udii distintamente gli spari ovattati dal silenziatore della calibro "7.65". Crollai a terra urlando "mamma, mamma mia! Amici pensate ai miei figli". Sentii un grande calore agli arti inferiori. Non svenni anche se il giramento di testa mi aveva fatto perdere la cognizione del tempo e vivevo la tragedia quasi fosse un sogno. Quasi contemporaneamente alla mia esecuzione, gli altri terroristi scaricarono le loro pistole, mirando alle gambe, contro gli altri tre amici di partito (Eros Robbiani, Emilio De Buono e Nadir Tedeschi). I vili terroristi accompagnarono gli spari al grido "ecco quello che meritano i servi di Kossiga!", quel Cossiga" (senza k), che era all'epoca Presidente del Consiglio dei Ministri. Fu un'operazione fulminea! Mi guardai le gambe: erano immerse in una pozza di sangue che si mescolava a quello di Robbiani, che giaceva alla mia destra, immobile e con gli occhi sbarrati. Vidi, pure, distesi a terra, gli amici feriti Tedeschi e De Buono e mi sopravvenne un forte capogiro. Non so quanto tempo sia rimasto in quella posizione; qualcuno mi si avvicinò, mi sfilò le cinghia dei pantaloni e la cravatta e mi legò stretto i polpacci, mentre il sangue sgorgava copioso dalle ferite. Fu allora che mi venne l'ossessione della famiglia e cominciai a gridare: "telefonate a mia moglie e pensate ai miei bambini". Non ricordo quante volte ho ripetuto questa frase; smisi solo quando fui adagiato in barella per essere trasportato al Pronto Soccorso del Fatebenefratelli, dove i medici riscontrarono la gravità delle lesioni alle arterie recise e al nervo sciatico spappolato. Bisognava ripristinare la circolazione per evitare la cancrena. Necessitava la ricostruzione delle due arterie lese. Dopo 4 giorni di attesa fui trasferito agli Ospedali Riuniti di Brescia, nel reparto di ortopedia, per essere sottoposto a due lunghi interventi di "microchirugia" da parte di un'équipe di specialisti, guidati dal primario prof. Giorgio Brunelli. Il primo intervento chirurgico avvenne l'8 aprile. Rimasi in camera operatoria per oltre 6 ore, e, per la lesione dell'arteria poplitea, fu praticato l'innesto di un primo bypass alla gamba sinistra, già gravemente compromessa dallo spappolamento del nervo sciatico, che aveva causato la paralisi dell'arto e, nel contempo, furono asportati i muscoli necrotici della gamba, raschiata fino all'osso. Dieci giorni dopo, a seguito di un aneurisma alla gamba destra, fui sottoposto, d'urgenza, al secondo intervento chirurgico che durò, anch'esso circa 7 ore, per praticare il secondo innesto bypass all'arto destro per la lesione dell'arteria tibiale. Furono, pertanto, sacrificate entrambe le vene safene delle gambe per l'innesto arterioso. Evitai sì l'amputazione degli arti, ma rimasero completamente paralizzati la gamba e il piede sinistro. Gli esiti permanenti d'invalidità furono e continuano ad essere disastrosi e per la deambulazione e per il processo di rivascolarizzazione del sangue, a seguito della recisione delle due arterie e della lesione del nervo sciatico. Dalla lettura del volumetto "Ad un passo dalla morte - un gambizzato racconta" ci si può rendere conto che il mio racconto su questa tragica vicenda vuole rappresentare un documento umano di riflessione sulla violenza cieca e sull'odio politico e vuole dimostrare ai terroristi che la democrazia è stata più forte della loro barbarie. Sono convinto che, al di là del fatto personale, la mia vicenda assume un significato più generale e penso anche di carattere emblematico. Ancora oggi, mi domando perché sia stato colpito così duramente dal terrorismo, alla stregua di un "vero nemico del proletariato", proprio io che mi sono sempre schierato da parte della povera gente e, come lavoratore, a favore degli abitanti dei quartieri popolari, soprattutto di Quarto Oggiaro, uno dei quartieri più dimenticati della metropoli lombarda. La cosa più triste fu quello di scoprire che i miei feritori erano giovani, che avevano frequentato alcuni incontri e dibattiti al Circolo culturale Carlo Perini. Nel momento della mia testimonianza in Tribunale nel processo contro i brigatisti della colonna Walter Alasia, degli 85 detenuti ne avevo riconosciuti 84. Questa vicenda, che ha scombussolato completamente la mia vita fisica, psicologica, lavorativa e familiare, è stata narrata non solo come una testimonianza culturale ed umana, ma anche come una proposta di non fare della facile retorica sul massimalismo delle ideologie violente o della facile retorica coltivabile sul terreno degli avvenimenti di cui sono stato partecipe. Bisogna insegnare ai giovani che la violenza non paga nessuno, nemmeno coloro che la predicano e ne fanno un'arma di lotta per fini ideologici e politici. Dopo tale tragico attentato, che mi ha reso invalido permanente per tutta la vita a causa della gravità delle lesioni riportate agli arti inferiori, è continuata l'esperienza del Circolo culturale Carlo Perini, pur nel grande sconvolgimento della vita familiare. In questi ultimi 22 anni sono stato costantemente condizionato dalla sofferenza fisica, da continui interventi chirurgici, dalla difficoltà di deambulazione, ricorrendo all'uso di stampelle, a continue medicazioni delle piaghe ai piedi provocate dall'schemia muscolare, tanto da avere fatto, persino, cicli periodici nella camera iperbarica dell'Ospedale Galeazzi di Milano (quella stessa camera, ove trovarono la morte 11 pazienti abbrustoliti). Due anni fa ho evitato l'amputazione del piede sinistro per ulcere e fistole che sembravano inguaribili; vi sono poi i quotidiani dolori con lancinanti crampi, bruciori, pizzicori che compromettono la circolazione del sangue, come se vivessi una qualche forma di "rivoluzione permanente cinese" di maoista memoria. L'ultimo intervento operatorio risale al settembre del 2002. La mia adesione all'Associazione Italiana Vittime del Terrorismo, con sede a Torino, mi ha costretto ad essere in prima fila nel denunciare il deplorevole comportamento dello Stato per avere emanate leggi troppo indulgenti verso gli autori di delitti e di stragi, rivendicando la priorità dei diritti delle vittime rispetto a quelli dei carcerati. Come "gambizzato più iellato" d'Italia ho partecipato a numerosi dibattiti e convegni. Le mie prese di posizione sui temi dell'indulto o della pacificazione nazionale hanno sempre mirato a negare ogni legittimità o riconoscimento politico postumo ai terroristi protagonisti degli anni di piombo. Non sono mai stato annoverato fra coloro che indulgono al perdono, chiedendo a gran voce la certezza della pena per gli assassini omicidi e pluriomicidi. Bisogna essere consapevoli che il male "rimane male", l'omicidio resta omicidio e che quello che era un "male" ieri non può essere un "bene" oggi. Esiste una cattiva coscienza nel nostro Paese da parte di personaggi politici, intellettuali e alcuni uomini di Chiesa, troppo indulgenti, che assumono atteggiamenti di riconciliazione e di perdono verso i terroristi, commettendo un'incredibile ingiustizia. A perdonare non sono i titolari delle offese. Si ricorre, al contrario, all'infamia di perdonare o chiedere colpi di spugna, per conto terzi, con una prassi di comportamenti semplicemente disgustosi. Nel dibattito politico si è giunto ad equiparare le vittime della violenza terroristica con quelle dei caduti brigatisti, uccisi nei conflitti a fuoco dalle forze dell'ordine. In Italia non è esistita una guerra civile. Fu il terrorismo a dichiarare, unilateralmente, guerra allo Stato democratico. Ecco perché non è possibile alcun raffronto storico tra la guerra civile combattuta da partigiani contro i repubblichini di Salò, per rivendicare una pacificazione che porti all'amnistia o all'indulto per i terroristi. I bersagli prescelti dai protagonisti della lotta armata sono stati, prevalentemente, cittadini inermi e innocenti, vigliaccamente uccisi in attentati ed agguati, benché non avessero alcun'arma per opporsi ai brigatisti assassini e benché non si sentissero lontanamente coinvolti in un'inesistente guerra civile. Sostenere, poi, che esiste una differenza fra un assassino comune e un assassino politico e distinguere, poi, fra la gravità di un omicidio fascista o di un omicidio delle brigate rosse, significa giustificare tutti coloro che, nella storia, hanno ucciso o sterminati innocenti per un qualsiasi ideologia politica. In virtù della passione politica, o di moventi e fanatismi ideologici, si possono giustificare non solo i crimini nazisti e staliniani, ma anche quelli contro l'umanità, che pure sono conseguenza di una radice logica intrisa di quell'aberrante ideologia politica o religiosa, ispirata dal fanatismo che serve solo come pretesto o alibi per incarnare il male, che si traduce in crimine. Un conto è liquidare la storia con quei terroristi, pentiti o dissociati che hanno preso coscienza del male commesso e della inutilità o fallacia della lotta armata. Si tratta di ex terroristi che hanno rinnegato il loro passato con un percorso di conversione interiore e molti ho avuto modo di conoscerli, d'incontrarli e di apprezzarli. Un conto è liquidare il terrorismo con gli irriducibili e pluriomicidi né pentiti, né dissociati, né consapevoli di avere sbagliato; anzi orgogliosi di rivendicare il loro triste passato come fossero eroi, martiri, benefattori dell'umanità. Per costoro, che vantano il loro passato di violenza e di sangue, non possono esserci premi, indulgenze o sconti di pena, ma solo la certezza che restino comodamente e pacificamente in carcere, espiando sino all'ultimo giorno la condanna ricevuta. Come la riparazione del male è condizione essenziale del perdono cristiano, così la liquidazione del terrorismo non può sconfessare l'ordine fondamentale della giustizia con certezza della pena. Non può, cioè, esistere perdono senza espiazione e senza sincero pentimento della proprie colpe. Per fortuna, oggi, i terroristi sono quasi tutti in libertà e hanno chiuso il loro conto con la giustizia. Ogni ulteriore dibattito diventa strumentale per fini di bassa e disonesta politica. Non è più tempo di continuare a chiedere la riconciliazione, la pacificazione nazionale, il perdono generalizzato solo per i terroristi con la chiusura, ormai avvenuta, degli anni di piombo, che sono stati una "tragedia" per l'Italia. Non si tratta di concedere indulti, amnistie o ulteriori privilegi ai terroristi; semmai è tutto il sistema carcerario che necessita di umanizzazione e, quindi, di misure alternative per riabilitare i detenuti, dare loro un lavoro e uno sconto di pena attraverso un indulto generalizzato. Si è detto, a torto, che il terrorismo è stato affrontato, combattuto e sconfitto a viso aperto da tutte le forze democratiche del Paese e le leggi dello Stato sul pentitismo, la dissociazione e l'applicazione della Gozzini si sono dimostrate efficaci e generose nel recuperare e reinserire nella società civile i condannati per tale reato. Finora le vittime del terrorismo sopravvissute, sono state descritte dai cronisti, fotografate dai sociologi, analizzate dai politici. Le loro vicende hanno quasi sempre avuto una dimensione pubblica, se non esteriore sicuramente esteriorizzata. I "fatti" di cui sono stati protagonisti, loro malgrado, sono stati inquadrati in fenomeni più ampi, in analisi collegate alla cronaca e alla storia del Paese. L'attenzione è stata, purtroppo, rivolta solo alle componenti manifeste della loro personalità, a ciò che essi significavano per gli altri, come fossero personaggi di carta, d'immagini televisive e di dibattiti, invece che persone umane reali e concrete. E' stata, insomma, trascurata la dimensione interiore e psicologica. Eppure le vittime hanno un loro "vissuto" intimo, un'emotività ed un'affettività, che passano in secondo piano durante gli incontri e le interviste. La testimonianza che ho fatto nella suddetta pubblicazione è resa con umanità, con drammatica umanità di chi esprime sentimenti e reazioni, rabbia e dolore, paura e coraggio; di chi ha provato sulle proprie carni il martirio lacerante del piombo, gli effetti devastanti delle armi; di chi ha subito la malvagità di una cattiveria che si fa crimine. Oggi l'appello a non sottovalutare il pericolo del terrorismo e a tenere alta la guardia, non è soltanto legittimo: è doveroso. Viviamo un periodo storico in cui sembrano trovare spazio e campo non solo mitomani e provocatori, ma anche professionisti della violenza politica in servizio effettivo permanente. Chi cerca un antidoto contro i veleni della violenza o del ritorno al terrorismo deve accettare le regole della democrazia e non intendere lo scontro politico fra avversari, come scontro fra nemici. Dobbiamo essere rispettosi della democrazia dell'alternanza, anche se dobbiamo vigilare contro le involuzioni e le tentazioni autoritarie di chi ci governa. Dopo l'uccisione di Massimo d'Antona e Roma e di Marco Biagi a Bologna, il rigurgito neoterrorista è riemerso prepotentemente alla ribalta nazionale. Oggi più che mai non bisogna dimenticare gli anni di piombo e i centinaia di morti e migliaia di feriti innocentemente colpiti e che tanta sofferenza hanno causato alle famiglie. I familiari e i sopravvissuti agli attentati continuano a chiedere verità, giustizia e certezza della pena e sono contro ogni concessione d'indulto, di sconti di pena o di amnistie per gli autori di efferati delitti. Occorre infine vigilare e non abbassare la guardia per scoprire e colpire quanti tramano contro la democrazia e fomentano, l'odio, la violenza, il terrorismo
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