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Stati
Generali
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Milano 2001 872/2001 |
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| Antonio
Iosa - Presidente del Circolo culturale Carlo Perini di Milano |
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I - Stati Generali: completamente assente
la voce della periferia milanese
e delle Zone Non so nascondere il senso della mia delusione e della
mia frustrazione per la situazione politica, sociale e culturale in cui
si trova la nostra città per colpa anche delle forze progressiste che
hanno perso il collegamento e le radici con il popolo dei quartieri di
Milano. Si sono conclusi, un mese fa, gli Stati Generali voluti
dal Sindaco Albertini, quasi alla vigilia delle elezioni amministrative
e, ancora una volta, sono state disattese le speranze dei cittadini dei
quartieri di Milano e della "società
civile milanese" costituita
anche da associazioni, gruppi ,
comitati, circoli culturali e ricreativi, centri di aggregazione
ed altre esperienze di base che costituiscono il tessuto democratico della
nostra città. Gli Stati Generali della Città di Milano si sono ridotti
ad una "altolocata passerella
di personaggi", a cominciare dal Sindaco
Albertini, che ha inteso
farsi propaganda elettorale sul deludente programma svolto in questi quattro
anni dal cosiddetto "Buon governo"
e su quello da svolgere sui bisogni emergenti della città. Ma l'Albertini
da Arcore, che si appresta a diventare l'Albertini da Giussano, ha chiamato
a raccolta solo i poteri forti: imprenditori, tecnocrati, burocrati, intellettuali
e portaborse prefigurando quel famigerato "regime
berlusconiano" che già stiamo respirando a livello regionale, provinciale
e comunale. In tale situazione ci riesce difficile essere ascoltati
per discutere sulle prospettive di sviluppo di Milano e sui bisogni delle
periferie urbane o, meglio, dei nostri quartieri con personaggi ai quali
non so da quale "filo del futuro" possiamo sentirci legati, essendo "la galassia berlusconiana", in realtà,
assente e lontana a distanze stellari dal popolo dei quartieri. La voce del cittadino comune ed onesto, che vive in periferia,
è stata soffocata ed a stento è stata riservata a Paolo Del Debbio, Assessore al decentramento,
periferie e sicurezza uno spazio d'intervento negli Stati Generali. Dobbiamo
ora chiederci che cosa hanno
detto di nuovo, sul futuro di Milano, personaggi del calibro di: Confalonieri,
Romiti, Scaglia, Tremonti , Tronchetti Provera, Frattini, Fossa ed altri
relatori, se non ribadire i privilegi delle loro categorie corporative
e difendere i loro interessi consolidati o da consolidare alla luce dell'assalto
alle privatizzazioni e del rampatismo di manager e tecnocrati senza scrupoli.
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II - Dalla città
operaia a quella della new
economy: Milano da città industriale si è trasformata in città terziaria
e tecnologica. Sotto l'aspetto sociale la deindustrializzazione ha drasticamente
ridotto gli stabilimenti produttivi con conseguente scomparsa della classe
operaia e il decremento della popolazione residente. Da ciò è nato il progressivo degrado delle
aree dismesse, ove insistono tuttora molti vecchi stabilimenti industriali,
che hanno una potenziale e straordinaria opportunità di riqualificazione
urbana. Senza una grande progettualità urbanistica e culturale si rischia,
nel frattempo, di cancellare nella nostra città la "memoria storica"della civiltà industriale
e della civiltà del lavoro. 1 - A Milano, alcuni hanno ravvisato il loro punto di
riferimento, di volta e volta, nei mercati finanziari, nella moda, nei
centri direzionali, nella ricerca e nella formazione universitaria e ultimamente
in "internet" e nella "new ecomony". Non ci si è accorti che la città, in quest'ultimo decennio,
è diventata sempre più invivibile
per la crescita della mobilità di massa e la conseguente congestione
dei trasporti; per l'ambiente con il conseguente aggravamento della qualità
dell'aria e dell'inquinamento delle acque essendo Milano, tuttora, l'unica
città europea senza depuratore; per la presenza
di una criminalità diffusa che insidia la sicurezza dei cittadini
e per lo scarso senso "di legalità
e di trasparenza" nella gestione dell'amministrazione
pubblica, nonostante Tangentopoli. 2 Gli
stessi piani strategici di riqualificazione urbana sono stati tutti calati
dall'alto, come se il territorio di Milano fosse un paesaggio lunare.
Non si è tenuto presente del
contesto dei quartieri limitrofi, ove tali progetti si sono collocati.
Basta pensare al polo della Bicocca con il raddoppio della nuova Università
Statale e a quello della Bovisa con il nuovo Politecnico,
per rendersi conto che gli accordi di programma fra enti pubblici e privati
hanno completamente ignorato il preesistente, costituito dalla realtà
dei quartieri circostanti. Una città diventa policentrica se rende protagonista e beneficiaria la popolazione dei quartieri
della periferia, che è il naturale anello di congiunzione con l'area metropolitana
ove si gioca il futuro sviluppo di Milano. Le aree industriali dismesse
sono, quindi, un fattore decisivo per migliorare la qualità della vita,
purché si realizzano progetti e interventi tesi a riconoscere ad esse
una nuova centralità. Tali aree abbandonate o marginali devono diventare
elementi essenziali e innovativi della metropoli policentrica ed europea. Nel caso specifico di Milano si tratta di promuovere
la creazione di nuovi centri di attrazione rispetto al centro storico
e rendere accessibili tali luoghi con il duplice effetto di decongestionare
l'area centrale e di riqualificare le aree degradate in periferia. Per raggiungere tale obiettivo occorre:
3
estendere e consolidare il consenso intorno al nodello di sviluppo dell'area
milanese tra pubblico e privato,
in un'ottica di coinvolgimento con le popolazioni interessate ai singoli
progetti da realizzare, verificando esperienze di "urbanistica partecipata" per dare voce
ai rappresentanti delle Circoscrizioni o delle associazioni di quartiere;
riscoprire l'entusiasmo di
sviluppare la periferia con interventi di alta "progettualità qualitativa degli insediamenti
e delle nuove funzioni anche sotto il profilo culturale";
4
Nel nuovo millennio la cultura urbanistica non è più legata al vituperato
"rito ambrosiano" della speculazione
sulle aree a destinazione edilizia, ma i nuovi progetti dovrebbero mirare
anche a valorizzare la "memoria storica" presente nei quartieri,
come elemento fondamentale per riscoprire le radici e le identità socio
- culturali con percorsi e itinerari che facciano conoscere ai cittadini
il patrimonio artistico, monumentale e ambientale del proprio territorio.
Non basta, ad esempio, che il noto architetto Renzo Piano elabori un progetto
supermiliardiario per la riqualificazione di Ponte Lambro, se dovesse
poi ignorare di valorizzare il suo nucleo storico e se dimenticasse di
collegarlo con "un itinerario
o corridoio ecologico sino alla storica località di Monluè". Siamo stufi di parlare della
"periferia" solo in termini di vecchie
e nuove povertà, di luoghi d'emarginazione, di degrado, di violenza, di
criminalità o di problemi irrisolti. Esiste una cultura di base della
società civile milanese che propone progetti costruttivi, proposte ed
iniziative di alto profilo sociale e culturale, cercando "nelle istituzioni e nel privato intelligente"
un possibile interlocutore con cui collaborare. Milano è al primo posto nella classifica delle città
italiane per tenore di vita, ma al decimo posto per la qualità della vita;
solo rendendo città le periferie si
promuove la creazione di nuove centralità urbane, in ciascuna delle
quali vengono svolte funzioni essenziali e collocate risorse pregiate.
Sono questi gli obiettivi da raggiungere per migliorare la qualità della
vita.
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